«Organizzatevi!» – Il punto di vista di un’addetta al passaggio a livello

Johanna Rustler
17 novembre 2025

Gennaio 1902, una voce dalla vita di tutti i giorni della ferrovia. Il giornale delle ferrovie svizzere pubblica articoli, reportage, pubblicità e lettere dal mondo delle ferrovie. Nel numero del 24 gennaio compare la lettera di una lettrice, addetta al passaggio a livello. La donna parla di lavoro duro, di assenza di riconoscimento e di aspettative deluse.

Foto d'epoca di un edificio ferroviario con marciapiede, linea di alimentazione e binari in un contesto rurale. Una persona è in piedi davanti all'edificio; sullo sfondo, la linea ferroviaria e la strada di accesso si snodano attraverso la campagna.
Le addette ai passaggi a livello fanno la loro comparsa nelle foto a partire dagli anni Trenta del ’900. A lungo, però, non vengono riconosciute come ferroviere a pieno titolo, nonostante abbiano la responsabilità di garantire che la circolazione ferroviaria si svolga senza incidenti. Stazione di Courchavon, 1937.

Lavoro come addetta al passaggio a livello da più di venti anni. Ho preso servizio nel 1880 presso le Ferrovie svizzere unite (VSB) e da allora non ho mai smesso. Ai tempi ero ancora giovane. Ho ricevuto i vestiti da lavoro o, per meglio dire, mi è stata messa in mano un’uniforme da uomo. Troppo grande, troppo pesante, per niente pratica per la nostra routine.

La parte più importante del lavoro di addetta al passaggio a livello è la gestione della campana del segnale e della sbarra. Chiudo le barriere in tempo per il passaggio del treno e le riapro subito dopo. Devo stare attenta a evitare incidenti e garantire la circolazione sicura dei treni. Quindi mi preoccupo anche di verificare che nessuno metta piede sui binari all’arrivo di un treno, cosa che costituirebbe un enorme pericolo sia per le persone a terra che per quelle a bordo dei treni.

Il mio luogo si lavoro si trova sulla tratta tra Gossau e Wil nel Cantone di San Gallo. Ho assunto servizio a Flawil. Il posto di lavoro è tranquillo: davanti a me si estende una foresta, dietro di me un prato su cui in estate pascolano placidamente le mucche. Questo ambiente idilliaco rende il mio lavoro molto piacevole. È tranquillo quando non circolano molti treni. Ormai li sento arrivare già da lontano.

Quando nel 1898 il Popolo ha deciso per la statalizzazione delle grandi ferrovie private, ero emozionata e delusa al tempo stesso. Avrei votato per la statalizzazione ma non avevo voce in capitolo. Nessuna di noi ne ha avuta. Le donne non hanno diritto di voto. Ciò nonostante, speravamo in miglioramenti, insieme ai nostri colleghi. In un riconoscimento, in salari adeguati, forse addirittura in un po’ più di tutela. In molte pensavamo che la fondazione delle Ferrovie federali svizzere (FFS) ci avrebbe finalmente rese ferroviere a tutti gli effetti. Ma non accadde niente di questo.

«Avrei votato per la statalizzazione ma non avevo voce in capitolo. Nessuna di noi ne ha avuta. Le donne non hanno diritto di voto.»

Anche le VSB furono statalizzate con la fondazione delle FFS. Noi venimmo assorbite ma alle condizioni già in vigore. Le nuove regole salariali valevano solo per i funzionari e per gli impiegati a tempo indeterminato, non per le persone come me, che lavoravano senza contratto con salario mensile. Alla fine della lettera che ci recapitarono c’era una frase che, da sola, bastò a distruggere tutte le nostre speranze:

«Con eccezione delle addette ai passaggi a livello.» Fu un colpo al cuore. Speravamo da anni in miglioramenti. Adempivamo agli stessi ordini di servizio dei colleghi maschi, stavamo all’aperto in qualsiasi condizione climatica: con la canicola, il gelo, la neve. I nostri turni duravano dodici ore di fila.

Foto d'epoca di un impianto di barriere ad azionamento manuale presso un passaggio a livello. Una persona aziona il meccanismo accanto ai binari; sullo sfondo si intravedono la linea di alimentazione e la recinzione della linea ferroviaria.
Anche in caso di maltempo: Le addette ai passaggi a livello continuano a gestire gli impianti. Casello di guardabarriere a Founex, 1943.
Foto d'epoca di un passaggio a livello: accanto a un sistema di campanelli, una persona è seduta a un tavolo coperto da un panno e si dedica a lavori manuali, mentre un ragazzo osserva. Sullo sfondo si riconoscono le barriere, i binari e la guardiola.
Dopo il servizio si occupano anche della casa e dei figli. Tutto procede parallelamente. Casello di guardabarriere di Founex, 1943.

Il nostro salario mensile è di 38-41 franchi. Una pagnotta di pane costa 40 centesimi. Calcolate voi stessi quanto ci resta nelle tasche a fine mese. Molte di noi condividono piccole stanze e mangiano con parsimonia. E questo nonostante il nostro sia un lavoro di responsabilità. In confronto, un addetto al passaggio a livello che svolge il nostro stesso lavoro guadagna più del doppio rispetto a noi donne e percepisce uno stipendio di circa 95 franchi al mese. Un casellante guadagna tra i 110 e i 140 franchi al mese a seconda dell’anzianità di servizio presso le ferrovie, e riceve in più un appartamento di servizio. Questo non è giusto.

A casa mi occupo delle faccende domestiche, cucino, lavo e seguo i nostri tre figli. Questo doppio carico di lavoro è pesante, perché anche quando non sto alla barriera, le responsabilità familiari mi assorbono molte energie. Portare avanti in parallelo i lavori di casa e il lavoro di addetta alla barriera richiede grandi doti organizzative e spesso sembra quasi di svolgere due lavori a tempo pieno. I bambini reclamano la mia attenzione e la vita di tutti i giorni richiede forze.

I tempi di riposo esistono solo sulla carta. A seconda dell’orario di marcia a volte passano per le nostre postazioni 70 treni, se non di più, e spesso con una cadenza così serrata che abbiamo a malapena il tempo di riprendere fiato. Quando circolano treni extra, il tempo di riposo non esiste. Non capita di rado che dopo la fine del turno siamo costrette a rientrare perché nelle vicinanze non c’è un ispettore di tratta disponibile o, se c’è, non è in grado di arrivare così in fretta. A volte l’ordine arriva anche nei giorni di riposo previsti per legge. E noi veniamo al lavoro. Perché sappiamo che la nostra assenza può comportare un grande rischio per le persone, ma anche per la nostra attività. Una barriera che resti non sorvegliata anche solo per un attraversamento può avere conseguenze fatali per le persone e per la sicurezza sulla tratta.

Fotografia d'epoca di un impianto di barriere presso un passaggio a livello in un paesaggio alpino: una persona, accanto a una guardiola di legno, aziona la manovella per aprire o chiudere la barriera; sullo sfondo si vedono pendii montani ed edifici sparsi.
Controllo e servizio fanno parte della vita di tutti giorni e assicurano il flusso del traffico sulla tratta ferroviaria. Qui ad Ambrì, 1953.

Non abbiamo corse gratuite, nonostante stiamo tutti i giorni alla barriera. Non come altri dipendenti. Le casse pensioni e di soccorso non ci accettano. La nostra posizione legale non è chiara. Non siamo operaie né dipendenti, e nemmeno funzionarie. Non abbiamo nessuno stato. E per questo motivo veniamo ignorate. A ogni novità. Non veniamo coinvolte in nessun dibattito. Eppure siamo ancora qua.

Anche la nostra uniforme non è regolamentata. La cappa è pesante, un accessorio assurdo, pensato chiaramente per un corpo diverso. Pesante, in tessuto ruvido, si inzuppa quando piove e non tiene caldo quando fa freddo. Speriamo venga introdotto il cosiddetto mantello a ruota, più adatto, più leggero, più funzionale. Sarebbe un piccolo passo avanti. Di pantaloni non se ne parla nemmeno. Continuano a essere considerati un tabù per le donne, sia dalla moda, sia dalla società. Eppure ne avrei bisogno spesso: quando nevica e ghiaccia, quando piove e tira vento. La gonna mi si incolla alle gambe quando cerco di farmi strada tra la neve o il fango per raggiungere in fretta la barriera. Se faccio uno scatto verso il segnale mi è spesso d’ostacolo. Ma anche in questo senso non cambia niente già da tempo. Nessuno ci ha mai chiesto come lavoriamo, o di cosa abbiamo bisogno. Ci siamo sempre state e continuiamo a esserci. Tranquille, efficienti. A essere messa a dura prova non sembra solo la nostra forza fisica ma anche la nostra pazienza.

«Organizzatevi! Fondate un’associazione di addette ai passaggi a livello!»

Noi addette ai passaggi a livello siamo letteralmente sospese in un limbo tra il binario e la strada, tra il passato e il progresso, tra la visibilità e l’invisibilità. Tra le ferrovie private e le ferrovie federali è cambiato molto. Per noi non c’è stato nessun miglioramento. Veniamo date per scontate, come grate figure di contorno, come soluzioni di emergenza più economiche.

Eppure il nostro lavoro è vitale. Siamo responsabili delle persone e delle macchine. Giorno dopo giorno, ora dopo ora. Non vogliamo più essere ignorate. Chiediamo quello che ci spetta: un salario equo, un riconoscimento legale, abiti da lavoro adatti e sicuri, accesso alle assicurazioni sociali e, infine, ascolto. Speriamo che le FFS soddisfino queste nostre richieste e ci auguriamo che la nostra situazione migliori.

Per concludere, lancio un appello a tutte le colleghe: «Organizzatevi! Fondate un’associazione di addette ai passaggi a livello! Chi prende l’iniziativa?»

Un’addetta

Foto d'epoca di un passaggio a livello su una linea ferroviaria elettrificata: una persona è in piedi dietro la sbarra abbassata e aspetta, mentre un treno si avvicina sul binario; la linea attraversa una zona boschiva.
Un’addetta al passaggio a livello aspetta alla barriera, il treno passa e la tratta sia di nuovo libera. Casello di guardabarriere di Gümligen, 1944.

Da scoprire